A Pesaro 1 su 5 è senza lavoro

I dati diffusi l’altro giorno dalla CNA di Pesaro e Urbino non sono certo rassicuranti e dimostrano che anche nella nostra Provincia quello del lavoro, o meglio della mancanza del lavoro, è un problema che riguarda da vicino anche i pesaresi. In molti diranno che non serve leggere i numeri per accorgersi della criticità dell’occupazione, basta guardarsi attorno.

In questi giorni le più grande imprese locali, ma anche quelle piccole, stanno già pianificando la Cassa Integrazione per il prossimo anno. Altre chiudono direttamente e qualcuna sta tentando di introdurre il modello Marchionne, una flessibilità a senso unico che vede forzatamente a casa i lavoratori nei momenti di calma produttiva per poi recuperare le ore nei momenti più caldi.

 

Poi c’è chi come Angelo Ranallo, di anni 57, ha scelto la morte per levarsi dalla scomoda situazione di ex lavoratore, troppo vecchio per un nuovo impiego e troppo giovane per la pensione. Un gesto simile dovrebbe far riflettere ma la notizia è stata un po’ troppo snobbata dai media locali che in quelle ore hanno trovato una tragedia molto più vendibile in edicola.

Che la situazione è difficile lo dice pure la Confindustria locale, nella persona del presidente provinciale Claudio Pagliano che snocciola alcuni dati poco rassicuranti. Secondo gli industriali pesaresi nel nostro territorio la produttività aziendale è tornato sui livelli di 5 anni fa con un incremento esponenziale del ricorso alla CIG, decuplicata dal 2007 (457 mila ore) a Settembre 2011 (5,8 milioni di ore). Pagliano prevede anche un incremento del tasso di disoccupazione che nel 2010 dice essere stato del 4,7% (inferiore del 3,7% rispetto al dato nazionale).

I calcoli ufficiali per misurare la percentuale di disoccupazione sono molto complicati ed astrusi ma con una semplice calcolatrice si possono ricavare cifre molto più semplici ma comunque significativi. Ad esempio, prendendo in esame i dati della CNA e mettendoli in relazione con i residenti in età lavorativa (tra i 16 e i 65 anni) i numeri cambiano parecchio e, forse, sono anche più rappresentativi della situazione attuale.

 

Nella Provincia di Pesaro e Urbino, secondo l’Associazione degli Artigiani, sono 42.771 le persone iscritte agli uffici di collocamento in cerca di lavoro, ovvero il 18% della popolazione attiva che si aggira intorno alle 238.132 unità (dati ISTAT). Di questi solo 17.123 sono maschi, evidenziando ancora una volta la difficoltà per le donne ad inserirsi nel mondo del lavoro.

 

Complicata la situazione anche per i giovani tra i 25 e i 34 anni che registrano una media di disoccupazione del 25% abbondante ma pure per gli over 40 lo scenario non è idilliaco. Tra i 40 ed i 44 anni sono 6.055 i non occupati su 30.189 parietà mentre nella decina superiore quelli che ricercano un lavoro sono il 15,3%. Naturalmente chi si è rassegnato alla condizione di inoperosità, aspettando la pensione o sgranocchiando i risparmi di una vita barcamenandosi alla benemeglio, non figurano in alcuna statistica e aumentano il numero reale dei disoccupati.

 

La CNA propone anche alcuni dati relativi a Pesaro e per una buona interpretazione devono essere aggregati con i quelli dei Comuni dell’Unione di Pian del Bruscolo, territori in cui le imprese sono più presenti e dove non ci sono Centri per l’Impiego. Il dato assoluto è che i disoccupati pesaresi sono 17.624, ovvero il 21,6% della popolazione attiva residente nel Comune di Pesaro e nel Interland che in totale conta quasi 82 mila anime (61mila scarsi di Pesaro + 21mila degli altri Comuni). In questa realtà la differenza tra occupazione maschile e femminile è abbastanza marcata. Il tasso di disoccupazione per le donne è del 25,7% mentre per gli uomini la percentuale è “solo” del 17,8%.

 

Numeri che da soli possono dire poco e che vanno presi con le molle non essendo io uno statistico di professione ne per diletto. La situazione economica del Paese, e di conseguenza anche nella nostra Provincia, non è comunque rosea e non sembra esserci uno spiraglio all’orizzonte che possa far passare il pessimismo. Naturalmente, prima o poi, la ciclicità del sistema monetario e produttivo dovrà tornare a livelli più accettabili, resta solo da capire come usciremo da questo momento. Se prenderemo atto dei difetti e delle contraddizioni del sistema sul quale basiamo le nostre attività e lo metteremo in discussione, probabilmente il futuro potrebbe essere migliore, altrimenti ci resta soltanto di rassegnarci a vivere in questo modo.

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