Dieci anni dopo Piazza Alimonda

È incredibile come certe immagini possano rimanere vivide nella memoria nonostante il passare del tempo. Ad esempio mi ricordo benissimo, e senza troppo sforzo, quel caldo venerdì pomeriggio di dieci anni fa, quando dalla televisione arrivò la notizia della morte di un ragazzo alla manifestazione anti G8 di Genova. Stavo dondolando mio figlio di pochi mesi per farlo addormentare. Camminavo su e giù per il soggiorno con la compagnia dei lamentini del pupo e la voce della Botteri alla televisione. Rai3 trasmetteva in diretta la manifestazione e dal video passavo immagini di scontri, lacrimogeni, tenute antisommossa ma soprattutto un putiferio infernale. Io me ne stavo al sicuro nel mio appartamento in affitto con un pizzico d’invidia per chi invece era nelle strade di Genova a lottare. Mi sentivo inutile stretto tra il sole afoso e quelle quattro mura.

Quando mio figlio si addormentò arrivarono le prime notizie dell’ammazzamento di Carlo Giuliano, un individuo fino a pochi istanti prima sconosciuto e parte solo di quella massa informe chiamata umanità. Le prime immagini lo ritraevano steso a terra con il passamontagna e la testa immersa in una pozzanghera di sangue. Innaturale mi apparve il torace, troppo rialzato e gonfio rispetto allo stomaco. Fu la cosa che mi colpì e mi angosciò maggiormente. In quell’istante ancora non si sapevano le dinamiche dell’uccisione, altre devastanti immagini vennero solo dopo alcune ore. Rimasi tutto il pomeriggio con il mio bimbo in braccio, impacciato per l’inesperienza di genitore novello ma impossibilitato a staccami da quel corpicino fragile e da quella vita che ancora non era consapevole nemmeno d’essere.

Pensai al padre di quel ragazzo e ad una scena simile vissuta da loro 23 anni prima. Nello stomaco sentii strisciare la collera e l’orrore. Risalirono rapide fino alla gola e fuoriuscirono dagli occhi sotto forma di lacrime. Strinsi mio figlio che intanto lasciava colare sul mio braccio accaldato un rivolo di saliva densa e dolcemente profumata. Lo alzai per portargli la testa sulla mia spalla e sentendo battergli forte il cuore capii che forse non ero inutile. Avevo solo un anno in più di Carlo e la vita mi aveva dato un altro compito, diverso da quello assegnato a lui ma ugualmente importante. A lui purtroppo l’onere del ricordo immortale, a me la gloria di crescere gente migliore. Entrambi indispensabili per la realizzazione di un sogno.

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